martedì 13 ottobre 2009

POZZOROMOLO



Carissimi,

il VS Aff.mo torna su queste pagine telematiche per ricordarvi che da domani sarà in libreria il nuovo, splendido, toccante libro di Luigi.
Prima di lasciarvi alla quarta spendo due parole per dire quello che ho provato leggendolo.
Pozzoromolo non è un libro come gli altri. Pozzoromolo è imbevuto di poesia, di tragedia, è una confessione intima e struggente. Pozzoromolo te lo devi conquistare, una pagina dopo l'altra. Pozzoromolo è un romanzo duro, alcune parti ti entrano nella pancia proprio come un nido di vespe. Pozzoromolo è un pugno, sgrana gemme sfavillanti incrostate di sangue coaugulato. Pozzoromolo è un grido: lungo, disperato, che squarcia la carta.
Pozzoromolo non è un libro per tutti, ma se lo leggi non ti lascia più.

Ecco questo è quello che mi viene in mente per descriverlo.
E ora beccatevi la quarta.
Da domani fatemi sapere se avevo ragione o torto.
Vi abbraccio,

il Vs Aff.mo

Matteo Strukul


Gioia è l’amore dalle unghie laccate, i capelli biondi, l’ombretto verde, mentre la notte proietta luci bugiarde sulla parete. È rinchiusa in un manicomio criminale, ha la mente labile di una bambina, immobilizzata in un letto aspetta i farmaci che le sottraggono i ricordi. Ombre vengono a ghermirla: il braccio che esce dalla parete portando la brace di una sigaretta accesa, il volto immobile di un bambino dalla cui bocca esce un rivolo d’acqua. Tutto brucia, tutto annega in quegli sprazzi di vita. Lei non ricorda che crimine ha commesso, non sa perché è lì, i frammenti di memoria si contraddicono a vicenda.

La sua mente candida, dimenticata dal mondo in un cimitero di vivi, tenta invano di ricostruire la verità, fino a una notte di San Lorenzo in cui, come stelle terribili, cadono a una a una le presenze ossessive di coloro che ha amato. C’era una masseria piena di sole con foglie di tabacco stese a essiccare, c’era una madre bella e degli aghi piantati nella carne in un’atroce punizione, c’era un padre che non c’era, c’era la strada e i clienti che compravano il suo corpo, c’era un amore crudele.

La verità che strappa alla notte è la carne che la fa sentire donna quando invece è nata maschio, che la fa pazza e che le ha macchiato le mani di un sangue che non ricorda di chi sia. Gioia è l’agnello che lava i peccati degli altri. È la ferita e la colpa, vittima predestinata di carnefici imperdonabili. Gioia ha amato le mani che la picchiavano, la stupravano, la scartavano.

Carrino racconta la malattia mentale e l'ambiguità sessuale come se attingesse al ventre in cui riposa l'infanzia collettiva dell'umanità, dimenticando le regole della prosa e della poesia e scegliendo di fare arte. Il sangue che versa disperde gli incubi delle nostre notti.

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