
La recente pubblicazione di “Sotto un cielo cremisi” di Joe Lansdale (Fanucci) e quella imminente di “Corri uomo corri” di Chester Himes (Meridiano Zero), libri entrambi tradotti da Luca Conti (davvero attivissimo) offrono l’occasione, a tutta la comunità dei lettori, credo, per una riflessione circa l’importanza dei traduttori. Una categoria che, mi pare, rischia troppo spesso di essere trattata da molti operatori del mercato editoriale e dell'informazione alla stregua di una genìa di anonimi lavoratori silenti, operai della catena di montaggio letteraria. Certo, si dirà, il nome del traduttore oggi campeggia sempre, e meno male, nella prima pagina del libro - non sulla copertina però - eppure troppo poco spesso viene adeguatamente citato il nome di coloro che in questo campo rappresentano l’eccellenza. Fatto, questo, piuttosto stravagante specie se si pensa che senza Elio Vittorini, tanto per non fare nomi, non avremmo avuto la favolosa traduzione de “Il piccolo campo” di Erskine Caldwell, e senza Eugenio Montale quella di “Al Dio sconosciuto” di John Steinbeck. Ma certo, si dirà, Vittorini e Montale oltre alla traduzione avevano anche gran fama di scrittori…eh eh, va bene, e allora ricordiamoci di Marisa Caramella - “Donne” e “Panino al prosciutto” di Bukowski, “La via del tabacco” di Caldwell, “Tutti i racconti” di Flannery O’Connor, fra gli altri – di Massimo Bocchiola e dei “suoi” Nick Hornby e Irvine Welsh, e, magari, di Luca Conti (Elmore Leonard, James Crumley, Joe R. Lansdale, James Sallis, Chester Himes sono solo alcuni degli scrittori da lui tradotti)… e potremmo andare avanti così per un po’.
Perciò, parlare dei traduttori - oggi come ieri - è quanto mai importante perché, oltre che alla casa editrice, è proprio a loro, che dobbiamo alcune delle nostre migliori letture. E poiché spesso si legge di traduzioni mal fatte allora sarebbe bello poter leggere o ascoltare altrettanto di frequente “…nella splendida traduzione di….”.
Con tutto questo lanciamo un sasso nello stagno e diciamo: secondo voi, mitici lettori, è condivisibile questa nostra sensazione, o è frutto della mente obnubilata di una cricca in odore di alcoolismo come quella di Meridiano Zero? Cosa ne pensate? Fatevi sotto!
Il Vs. Aff.mo
Matteo Strukul

32 commenti:
Giustissimo parlare della traduzione. Spesso, troppo spesso, noi lettori dimentichiamo l'importanza fondamentale del lavoro certosino e squisitamente professionale di uomini come Luca Conti, senza i quali non potremmo apprezzare molti dei nostri autori preferiti.
Grande Matteo, concordo!
Chi traduce è un po' il secondo scrittore del libro. Dare pelle al corpo di qualcun altro è cosa difficilissima e grande responsabilità. Come ci si può dimenticare di chi ha il coraggio di prendersi quest'onere?
Sante parole, SIlvia!
La vostra “mente obnubilata” non c’entra nulla: la sensazione che esprimete è la percezione di un’infinità di lettori. Mi permetto di dire: dei lettori più accurati , di quelli che nel rapporto con il testo tradotto non cercano né una “sveltina intellettuale” con cui presenziare nelle zone della cultura, né un mattone flemmatico di cui fare sfoggio perché la lungaggine “sa” sempre di lettura di livello. Entrambi i modi, hanno come comuni denominatori la *distanza* dalle pagine, e paradossalmente l’*assenza* di chi le legge. Piuttosto, il lettore attento cerca il senso profondo della “comunione tradotta”, di quella pratica empatica – questo è – che trasporta una scrittura da una geografia all’altra, permettendole di approdare alla partecipazione comune. Quando una traduzione risulta un prodigio – letteralmente significa “portato in avanti”, “presentato”, “reso visibile”- di fatto si è compiuta un’alchimia, si è realizzata un’accoglienza reciproca, si è rivelata l’arte sublime dell’incontro. In questo senso, gli interpreti letterari validi ( ma anche quelli di certa saggistica buona), sono i custodi della nostra capacità di essere“presenza”, e di stare nella “convivialità tra le differenze”. Un atto politico, se ci si pensa bene…in un mondo abitato da derive globalizzanti, e che non è nuovo a progetti aberranti come quello della lingua unificata, tipo l’esperanto. Mi auguro, per tutto questo, che soprattutto le case editrici come la vostra, animate dal fare autonomia e dal produrre pensiero critico, si impegnino sempre più nello scovare talenti della traduzione. Mi rendo conto che la difficoltà con la pecunia è un grave impedimento, ma il rischio è che in tanti, inclini e dotati, si pieghino alle logiche di un mercato fagocitante, andando ad affollare ben altre aree del lavoro solo perché lì il compenso è cosa più o meno certa. Accade, soprattutto nei circuiti maggiori e più commerciali, con felice avanzamento delle dinamiche neo-liberiste, che senza gli esperti di lingue straniere sarebbero pressoché spacciate ( eh, si…). Non resta che fare resistenza, allora: gli editori da editori, gli scrittori da scrittori, i lettori da lettori. Per costruire le nostre piccole zone di opposizione, a misura di sentimento. Abbracci, Stefania
( l’intervista, please..)
Metterei una nota, tipica del gusto siciliano che ci contraddistingue, a proposito del Vittorini, il quale, oltre ad avere meriti di traduzione, si conduce appresso pure l'infamia di aver rifiutato il capolavoro della letteratura del '900: stiamo parlando del Gattopardo e del Principe.
Per Stefania: caspita è vero, i traduttori sono i nocchieri del verbo, e poi francamente è bello apprezzare - fra quelli bravi - le differenze insomma la quinta di Beethoven diretta da Mazel o da Von Karajan acquista sapori diversi eh eh
Per Manuel: nessuno è perfetto, capita anche ai migliori
di sicuro il lavoro dei traduttori è FONDAMENTALE ma come tanti altri lavori è..come dire..poco percepito. ci sembra che il libro si traduca un po' per magia. l'editoria , forte di questa situazione, ne approffita per trattare i traduttori come figure secondarie...per cui l'importante è spendere poco! ho sentito da persone che questo lavoro lo fanno sul serio cose incredibili: cifre ridicole per lavori di mesi! credo però che per i libri la situazione sia meno grave che in altri campi: avete mai provato a confrontare i dialoghi di una serie tv tradotta con l'originale? errori grossolani come invertire frasi affermative e negative, traduzioni letterali dei cosidetti "falsi amici"..robe da brividi!
Vabbè, però siamo onesti, non sono tutti all'altezza di Luca Conti...
Ciò detto, mi sono già impegnata pubblicamente a rendere noto anche il nome dei traduttori dei libri che segnalo, qualora gli uffici stampa li rendano disponibili - fermo restando che a quel punto si assumono oneri e onori dell'opera...
Cara Ale, e te ne rendiamo merito, fossero tutti come te, comunque prendersi la responsabilità di ciò che si fa mi sembra la base imprescindibile di una prestazione professionale...come dici appunto tu
E' un tema che mi sta molto a cuore. Fino a qualche anno fa - quattro, cinque - non mi ero mai posta il problema. Semplicemente: non mi era mai capitato di imbattermi in qualcosa che suscitasse la mia perplessità.
Negli ultimi anni, invece,, è accaduto spesso. In una tavola rotonda a cui andai ad assistere, si parlò a lungo di traduzione e un traduttore italiano piuttosto noto spiegò che ormai si assisteva a un progressivo degrado, in cui si pagava tot indipendentemente dal tempo impiegato e dalla dfficoltà, per cui si diventava - proprio come scrivi tu - parte di una catena di montaggio.
Nel tempo, le cose sono peggiorate, mi è capitato di trovare espressioni americane tradotte letteralmente. Mi sento presa in giro.
Sarei molto contenta che chi ha la capacità di comprendere la bellezza di una traduzione me lo dica, che i traduttori non siano più operai silenti, che quelli particolarmente bravi vengano riconosciuti ccome talii.
Metterebbe i lettori nella condizione di scegliere meglio.
Lilli
Per Lilli: esatto, invece penso che non debba essere così. I bravi traduttori sono fondamentali, al punto che credo possano, se non determinare, almeno contribuire in modo importante a decretare il successo di un autore straniero, un autore straniero mal tradotto rischia davvero di veder diminuire i lettori...e non per colpa sua, quindi la responsabilità dei traduttori è davvero notevole. Certo, sarebbe importante che a fronte di questa responsabilità venisse riconosciuta anche un'importanza di ruolo corrispondente...
E pensa che la prima vola in cui mi chiesi "ma... non sarà la traduzione?" stavo leggendo John Fante. Per la prima volta. E mi stavo dicendo "tutto qui, John Fante?" :-(
Eh, eh, appunto, io invece son partito con "Tobacco Road" di Caldwell ed. Einaudi e ho goduto con la traduzione di Marisa Caramella, poi ho letto "Il piccolo campo" tradotto da Elio Vittorini...per Bompiani e ho continuato a godere
Annosa questione ampiamente dibattuta in varie occasioni (ad es. tavole rotonde dell'Autore Invisibile in Fiera a Torino e a Roma, ma non solo) e con diversi riscontri su www.lanotadeltraduttore.it
Insomma "traslocatori di parole" che si riuniscono per giornate dedicate alla traduzione - come ad Urbino; seminari sulla traduzione letteraria sostenuti dai principali atenei internazionali...
Mi fa piacere che abbiate deciso di dare spazio a questa tematica perché finora, a parte gli addetti ai lavori, è difficile che se ne parli. Sono convinta che la maggior parte dei lettori non si ponga nemmeno il problema della buona o cattiva traduzione (come del resto di un doppiaggio) e che dia per scontato che lo sforzo creativo l'abbia fatto l'autore e non si ponga altre questioni "surreali".
Milena
Per Milena: concordo, credo che tutti noi del sistema editoriale dovremmo impegnarci per porre sul piatto la questione, una traduzione mal fatta è una vera sciagura, ho fiducia nei lettori, mi capita sempre più spesso di sentire critiche - positive o negative - mosse alla traduzione. Un bene, decisamente.
Giusto appena finito Lansdale e il suo cielo cremisi ... che dire ? Non si puo' non essere dalla parte dei traduttori !
I traduttori sono importantissimi, lo sostengo da sempre;
sono il filtro indispensabile tra l'autore e quelli che,come me, sono troppo pigri per provare ad imparare a leggere in lingua originale.
Il loro ruolo e' delicatissimo, puo' addirittura compromettere un nuovo autore dopo la prima pubblicazione.
Oltre alla bravura e alla professionalita', un buon traduttore deve avere anche tanta passione, deve essere un buon lettore, a volte anche un buon editor avendo il coraggio, quando serve, di convincere l'editore della bonta' o meno di un'opera letteraria.
Per Mauro: "Sotto un cielo cremisi", grande LUCA CONTI, ma non lo scopriamo certo oggi..eh eh
Per Walter: sono d'accordo un buon traduttore assomma in sè una serie di competenze, direi di doni, nient'affatto indifferenti e poi come dici tu un traduttore credo abbia sempre più - in questo penso proprio a Luca Conti - una capacità di fare scouting. Sempre più spesso è lui che convince un editore a pubblicare le opere di un determinato autore: insomma avremmo avuto JAMES SALLIS o CHESTER HIMES senza Luca? Non ne sono così sicuro.
Per correttezza ti segnalo che su Il Manifesto del 29 aprile scorso c'è l'intervista a Lansdale e in un articolo di Stefano Gallerani:"traduzione di Luca Conti, Fanucci Editore, Collezione Vintag, pp 312, euro 17."
Qui.
Ciao.
Per Ed: ottimo anzi se avete altre segnalazioni fatele. Si facccia giustizia soprattutto per coloro che lavorano seriamente
Ciao Matt, quella delle traduzioni è una questione a dir poco annosa, come tu stesso scrivi citando Montale e Vittorini. Lasciami ricordare che anche quello delle Ritraduzioni è problema di non poco conto; per rimanere nell'ambito dei personaggi che citi, mi è capitata tra le mani qualche mesetto fa, un'edizione degli anni Settanta de "Il predicatore vagante" del grande Caldwell, ebbene riletto oggi, mi è sembrato quanto meno esilarante e maldestro il tentativo del traduttore. Ritengo assolutamente fondamentale e propedeutico alla completa comprensione del testo il lavoro svolto dai traduttori, il cui ruolo, tuttavia mi è sembrato rivalutato negli ultimissimi anni. Ma maggiore è l'attenzione che si dedicherà a queste imprescindibili figure, maggiore sarà il beneficio che noi lettori ne trarremo. A proposito ho trovato la traduzione di Montanari di "Mi chiamavano Speed Queen" impeccabile, e tu che me l'hai consigliato, che ne pensi?
Per Michele: concordo su tutta la linea. A proposito della traduzione di Raul Montanari: davvero splendida, lirica ed evocativa ma anche sanguinosa e ferrigna dove serve, rispettando però l'originale, come si dice in questi casi Chapeau! Be', a giudicare dagli ultimi commenti si sta assistendo ad una riabilitazione complessiva del ruolo dei traduttori...ma secondo me c'è ancora strada da fare...e non poca
Volevo porvi un altro annoso problema legato alle traduzioni, cioe' quello dei titoli.
Per esempio, partendo proprio dal libro di Lansdale tradotto dal nostro Luca: perche' *Vanilla Ride* diventa *Sotto un cielo cremisi* ?
Io l'ho sempre trovato assurdo questo comportamento. Mi hanno spiegato che sono questioni editoriali, ma ancora nutro forti dubbi su questa pratica.
Volevo una vostra opinione, e sapere magari quanto conta l'opinione del traduttore nel dare il titolo italiano ad un'opera.
Al limite, non sarebbe male mettere in copertina, sotto il titolo "italiano" , anche quello originale.
Walter, in linea di massima scegliere il titolo non è mai compito del traduttore. A me capita abbastanza spesso che mi chiedano un parere (specialmente con Stile Libero), che certe volte viene accettato, certe altre no. "La sottile linea scura" è farina del mio sacco, per esempio, "Tramonto e polvere" non l'ho scelto io. Con l'imminente "Beat the Reaper" – un titolo non facilmente traducibile – ci siamo scervellati tutti quanti per settimane, e alla fine è stato scelto "Vedi di non morire" che non avevo suggerito io (le mie proposte erano molto più borderline...), però associandovi anche, proprio come dici tu, il titolo originale.
Per quanto riguarda "Sotto un cielo cremisi," avevo proposto a Fanucci di lasciare il titolo originale, ma non mi hanno dato retta (che poi, nel romanzo di Lansdale, di cieli cremisi se ne vedono pochi o punti, a meno che io non me li sia già dimenticati, avendo tradotto dopo di quello già altri due libri...)
Ah, riguardo a quel che scrive Michele: la versione italiana del Predicatore vagante di Caldwell, che è stata fatta nel 1949, dimostra per l'ennesima volta che le traduzioni sono oggetti deperibili, e che ogni trenta-quarant'anni andrebbero rifatte, proprio perché la lingua cambia a velocità supersonica e l'italiano del 2009 non è certo più quello di sessant'anni fa.
Poi, è chiaro, certe traduzioni hanno retto meglio e altre assai meno. Pellizzi non era certo uno sprovveduto, era una persona di rara cultura e ha tradotto tanto, ma secondo me era più adatto per la saggistica. Nella narrativa americana era un po' legnoso (basta leggere "La dama della morgue" di Jonathan Latimer per rendersene conto). E Caldwell, per finire, andrebbe largamente ritradotto, perché molte delle versioni italiane sono diventate quasi illeggibili.
Luca, come sempre le tue osservazioni, sono Bibbia, almeno per me, e in effetti sul conto di Caldwell che andrebbe ritradotto (e ripubblicato aggiungo io) sono a dir poco d'accordo e poi davvero le traduzioni alla lunga rischiano di diventare inevitabilmente datate. Sulle traduzioni dei titoli caro Walter concordo in pieno anche se va detto che è vero che le stesse sono appannaggio della casa editrice ma è anche vero che spesso lo sforzo, magari mal riuscito, è quello di scegliere un titolo che oltre a colpire gli aficionados - di un certo genere - che sono veri e propri specialisti del settore almeno come lettori, dovrebbero tentare di comunicare anche ai neofiti. Da qui il tentativo, ma è solo la mia opinione, di generalizzare o italianizzare il titolo, poi naturalmente tante volte si sbaglia e anch'io sono per gli originali là dove non si trovi una soluzione convincente. Ad esempio per il primo Gischler il cui titolo originale era Gun Monkeys -Scimmie armate letteralmente o Scimmie con la psitola- abbiamo optato per il più evocativo LA GABBIA DELLE SCIMMIE, però è anche vero che probabilmente nemmeno noi siamo sempre così brillanti eh eh
Scusate il dovrebbero in realtà è un dovrebbe (il titolo) e la pistola non è psitola
Ragazzi, mi avete aperto un altro squarcio di cielo e al contempo suscitato nuovi dubbi. Il fatto è che a me capita di rileggere, ovviamente libri che ho adorato a suo tempo, e di rimanerne delusa.
Di trovarli, in qualche modo - magari vago - datati.
Ora voi dite che certe opere andrebbero ritradotte perchè la lingua cambia. E io mi dico: ok, è per questo. Subito dopo però mi dico: un momento. Anche la lingua originale è cambiata nel frattempo. Quindi, se io fossi così sveglia da saper leggere nella lingua dell'autore, comunque lo troverei in qualche modo - magari vago - datato?
Per Lilly: Mmmmmmhhhh non ne ho idea ma tendenzialmente direi di no, insomma non credo che Stevenson, Poe, Faulkner, Dumas, Dos Passos, Mann...siano datati...eh eh
Sono capitata qui cercando informazioni su Fanucci.
Devo dire che a me la qualità di certe loro traduzioni lascia perplessa.
So che prendono neolaureati inesperti per certe lingue di nicchia... e si vede, si vede.
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