martedì 28 aprile 2009

IL RITORNO DI CHESTER HIMES



Torna grazie a Meridiano Zero uno degli scrittori cult del noir classico.
Parliamo di Chester Himes e di uno dei suoi libri più duri: "Corri uomo corri" nella straordinaria traduzione di Luca Conti, da lui completamente riveduta in occasione di questa nuova, fiammante versione.

Bando quindi alle ciance e vi lascio direttamente alle parole dalla quarta di copertina:

"Testimone involontario di un duplice, brutale omicidio a sangue freddo, il giovane studente nero Jimmy Johnson – che lavora come inserviente notturno in una tavola calda di Harlem – diventa a sua volta bersaglio dell'implacabile assassino, un agente di polizia corrotto e ferocemente razzista che vive in uno stato di perenne ubriachezza. Teatro di questa convulsa caccia all'uomo è una Harlem surreale e iperrealista, una sorta di girone dantesco i cui abitanti si dividono tra cattivi e ancor più cattivi, oltre che una Manhattan mai così ostile e impenetrabile, pronta a respingere chiunque bussi alle sue porte in cerca d'aiuto. E l'apparente lieto fine con cui si conclude la vicenda nasconde invece un terribile doppio fondo in cui il cinismo e il pessimismo cosmico dell'autore trovano, per l'ennesima volta, la loro conferma.
Spremendo fino all'osso uno dei più antichi luoghi comuni del thriller, l'innocente in fuga braccato dalle forze del male, Chester Himes confeziona in questo romanzo una delle sue messinscene più macabre, i cui frequenti elementi di tragicommedia non fanno altro che rinforzarne la visione apocalittica e il nichilismo portato alle estreme conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il perverso rapporto tra bianchi e neri. A partire dal magistrale, lunghissimo alternarsi di piani sequenza che apre il romanzo, settanta pagine di fulminante adrenalina che alternano il punto di vista dell'assassino e delle sue vittime, per poi focalizzarsi definitivamente sul testimone in fuga, Himes organizza una folle gimcana per le strade, le case e i locali della metropoli newyorkese ma allo stesso tempo, pur nell'angoscia della caccia, riesce a dipingere un minuzioso quadro della vita quotidiana nella Harlem degli anni Cinquanta, in un brulicante turbinio di cabaret equivoci, bische clandestine, botteghe di barbiere e stazioni di polizia: un mondo popolato da personaggi grotteschi e dominato dall'avidità e dal disprezzo, un sabba infernale in cui la differenza tra gli uomini è fatta dai soldi e dal colore della pelle".

Chester Himes nato a Jefferson City (Missouri) nel 1909 da una famiglia della media borghesia nera e scomparso in Spagna nel 1984, fin da adolescente ha avuto grossi guai con la giustizia – truffe, emissione di assegni a vuoto, furti d'ogni genere – che culmineranno, nel 1929, con una condanna dai venti ai venticinque anni per rapina a mano armata. È in carcere, all'inizio degli anni Trenta, che inizia a scrivere e pubblicare (firmandosi, all'inizio, col numero di matricola) e nel 1936, al suo rilascio, decide di intraprendere la carriera dello scrittore, pubblicando alcuni notevoli romanzi a sfondo sociale che non ne decreteranno però il successo.
Amareggiato e in serie difficoltà economiche, costretto ad accettare una serie di lavori saltuari e di bassa lega pur di sbarcare il lunario, nel 1952 Himes parte per l'Europa, dove trascorrerà il resto della sua tormentata esistenza, rientrando negli Stati Uniti per brevissimi periodi e non più di un paio di volte.
Himes è autore di diciassette romanzi, uno dei quali rimasto incompiuto, che appartengono in prevalenza al cosiddetto «Ciclo di Harlem» che gli ha dato la celebrità e tra cui ricordiamo Rabbia a Harlem, Cieco, con la pistola, Soldi neri e ladri bianchi.

A breve altre notizie fresche, un abbraccio,

il Vs. Aff.mo

Matteo Strukul

1 commenti:

Lilli Luini ha detto...

E' un tema che mi sta molto a cuore. Fino a qualche anno fa - quattro, cinque - non mi ero mai posta il problema. Semplicemente: non mi era mai capitato di imbattermi in qualcosa che suscitasse la mia perplessità.
Negli ultimi anni, invece,, è accaduto spesso. In una tavola rotonda a cui andai ad assistere, si parlò a lungo di traduzione e un traduttore italiano piuttosto noto spiegò che ormai si assisteva a un progressivo degrado, in cui si pagava tot indipendentemente dal tempo impiegato e dalla dfficoltà, per cui si diventava - proprio come scrivi tu - parte di una catena di montaggio.
Nel tempo, le cose sono peggiorate, mi è capitato di trovare espressioni americane tradotte letteralmente. Mi sento presa in giro.
Sarei molto contenta che chi ha la capacità di comprendere la bellezza di una traduzione me lo dica, che i traduttori non siano più operai silenti, che quelli particolarmente bravi vengano riconosciuti ccome talii.
Metterebbe i lettori nella condizione di scegliere meglio.
Lilli