giovedì 6 novembre 2008

CARL HIAASEN E VICTOR GISCHLER

Taccuino di un lettore seriale.

NUOVI SCRITTORI

Due scrittori fenomenali: Carl Hiaasen e Victor Gischler. Sì lo so cosa state pensando, ma questa non è la vecchia storia dell’oste che ti dice che il suo vino è buono. In realtà i due scrittori in questione sono, ciascuno a modo suo, due veri maestri del noir e, in questo novembre un po’ psicotico che un giorno mette i colori dell’estate e quello dopo scola pioggia come se fossimo sul set di Blade Runner, sono loro a portare alti i colori di Meridiano Zero.

CARL HIAASEN

Carl Hiaasen è una vecchia conoscenza, i suoi libri sono stati pubblicati in Italia da Mondadori, Baldini e Castoldi e Rizzoli, e Marco Vicentini, autentico demiurgo di questa casa editrice, ha dovuto sputare non poco sangue per garantirsene i diritti. Tuttavia ne valeva la pena perché in Crocodile Rock, la cui traduzione è stata curata proprio da Marco che è un estimatore sfegatato di Hiaasen, c’è un maestro del thriller che gioca con la commedia in un modo davvero intelligente un po’ come prendere Tom Sharpe e mescolarlo con un Lee Child d’annata. Insomma c’è anzitutto una ridda di personaggi memorabili: un giornalista che non sa tenere la bocca chiusa, una rockstar annegata a largo delle Bahamas in circostanze poco chiare, una vedova, cantante senza talento, diventata famosa per aver mostrato al mondo, nel suo unico video stile Basic Instinct, la sua “personalità”. E poi una diciassettenne ad alta tensione con il piercing ai capezzoli e i capelli che cambiano ogni giorno colore e una caporedattrice irreprensibile e rigida antagonista che sotto la scorza nasconde un animo colorato quanto gli smalti che indossa (e con questo ho citato con cura parte della bella quarta scritta da Valentina Petracchi, fiammante e vampirella redattrice di Meridiano Zero). Con questa girandola incendiaria di protagonisti Hiaasen costruisce in un gioco d’incastri una trama tanto avvincente quanto iniettata di elegante ironia che non mancherà di tenervi incollati al divano, sedia, letto che sia.

LA CITAZIONE

Victor Gischler prende a calci in culo il concetto di andare al massimo e lo mette a danzare sull’orlo dell’abisso. Leggerlo è un divertimento selvaggio.
JOE R. LANSDALE


VICTOR GISCHLER

Per quanto riguarda Victor Gischler credo bastino le parole di Joe R. Lansdale. Con una presentazione così potremmo già andarcene tutti a casa. Quello che posso dire di utile è che Gischler è il maestro della new wave del noir americano, un autore che con La gabbia delle scimmie (Gun Monkeys in originale) è andato dritto in finale all’Edgar Award per il miglior esordio dell’anno nel 2002. Se dovessi provare a descrivere cosa c’è nel suo libro farei fatica ma posso dire che se prendete Quentin Tarantino, Robert Rodriguez, Sam Peckimpah, Frank Miller, Joe R. Lansdale ed Elmore Leonard e centrifugate il tutto otterrete qualcosa che si avvicina alla sua scrittura.
Tanto per essere più chiari vi incollo qui l’attacco del romanzo:

L’INCIPIT DE LA GABBIA DELLE SCIMMIE

Imboccai la Florida Turnpike con il cadavere decapitato di Rollo Kramer nel bagagliaio della Chrysler, continuando a ripetermi mentalmente che avrei dovuto stenderci sotto un telo di plastica. D’accordo la carretta era a nolo, ma non mi andava di lasciare in giro trofei per l’inevitabile safari della scientifica. Ora mi sarebbe toccato staccare il tappetino del bagagliaio, innaffiare il sangue di candeggina e sperare che l’Avis impiegasse un sacco di tempo ad accorgersene. Molto meglio se avessi perso un minuto a stenderci sotto un telo di plastica. Merda.
— Rallenta, Charlie. Stai dando nell’occhio. — Blade Sanchez si infilò una Winston tra le labbra, accartocciò il pacchetto e lo gettò sul sedile posteriore. Gli strappai la sigaretta di bocca e gliela schiacciai nel portacenere.
— Accenditi un’altra di quelle sigarette di merda e finisci nel bagagliaio insieme a Rollo.

— Cristo santo, era l’ultima. Gesù, Charlie. Ma che cazzo ti prende? — Cercò di recuperare la sigaretta ma l’avevo spiaccicata per bene.
— Ti ho solo detto di rallentare, tutto qui. Vuoi che la polizia ci fermi e trovi Rollo?
È colpa tua se è lì dietro, pensai. Comunque rallentai. Aveva ragione lui, e questo me lo faceva sopportare ancora meno.
— Hai fatto proprio un bel casino.
— Credi che se continui a ripetermelo cambierà qualcosa? Io e gli altri ragazzi prendevamo per il culo Blade Sanchez per la mancanza di originalità. L’avevamo soprannominato “Blade” per la sua inconfondibile firma, una rasoiata veloce con il coltellino, che ti apriva un sorriso da orecchio a orecchio. Usare sempre lo stesso sistema è il modo migliore per farsi beccare. Certo, non grave come lasciare un’impronta, ma di sicuro uno schema fisso aiuta i criminologi a ricostruire un modus operandi. A quel punto le cose si cominciano a sapere. E se gente come Blade è ancora fuori, è solo perché dimostrarle in tribunale è più complesso. Quanto a me, avevo sempre evitato di cedere alla tentazione di ripetermi, e perciò il mio nome non compariva su nessun pezzo di carta di nessuna stazione di polizia di nessuno stato dell’Unione, distretto federale incluso. Comunque, da O’Malley, tra una birra e l’altra, continuavamo a tormentarlo per la storia del coltello. Per lo più lo facevamo per scherzare, ma Blade si incazzava perché sapeva che era vero. E la gente si incazza soprattutto quando sa che una cosa è vera. La sera prima, Blade mi aveva preso da parte e praticamente mi aveva implorato di affidargli il caso Rollo. Già sapeva che non mi andava di lavorare con lui, e ora tutti gli rompevano le palle per la storia del coltello. Ecco perché moriva dalla voglia di dimostrare che era in grado di liquidare quel Rollo con qualche metodo nuovo e più efficace. Ma per me e i ragazzi sarebbe rimasto sempre un imbecille. Mentre buttavo giù un paio di drink, Blade mi aveva preso per sfinimento e, senza rendermi conto di quello che dicevo, gli avevo concesso di occuparsi del caso. Purché non facesse stronzate, altrimenti ci saremmo ritrovati entrambi con le palle in una pressa. Ovviamente era andato tutto a puttane. Avrei dovuto aspettarmelo.

Che ve ne pare? Secondo me è davvero una partenza sparata, con un ritmo micidiale che mostra fin da subito di che pasta è fatta la prosa di Gischler.

Ma lascio naturalmente giudicare a voi.

Il Vs. aff.mo

Matteo Strukul

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho letto il racconto di Gischler uscito sull'ultimo numero di Velvet: bello! nero e poetico allo stesso tempo. e poi stupende le foto del servizio.